Apostoli del socialismo nell’Italia nord-occidentale: Giovanni Lerda, Oddino Morgari, Costantino Lazzari, Dino Rondani



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Giovanni Artero (*)

APOSTOLI DEL SOCIALISMO nell’Italia nord-occidentale: Giovanni Lerda, Oddino Morgari, Costantino Lazzari, Dino Rondani

(*)Buccinasco (MI) tel. 0245701875

Indice


Giovanni Lerda tra massoneria e “intransigenza”

Oddino Morgari. Biografia politica di un "cittadino del mondo"

Costantino Lazzari. Un socialista lombardo da Bertani a Lenin.

Dino Rondani. “commesso viaggiatore” del socialismo.

Appendice:

Generazioni e percorsi del massimalismo socialista in Lombardia.

Premessa

Nel territorio di quello che nel secolo scorso era il “triangolo industriale”, (Milano-Torino-Genova), vi fu un precoce sviluppo di organizzazioni operaie e contadine1 (Società di Mutuo soccorso, Cooperative, Leghe sindacali, Camere del lavoro) nonché di sezioni del Partito socialista, con la conseguente formazione di una leadership che si impose anche a livello nazionale.

Da questo territorio provengono infatti molti leaders sia del socialismo (da Filippo Turati a Claudio Treves, Leonida Bissolati, Enrico Ferri…) che del movimento sindacale (da Rigola a Cabrini e Buozzi…) delle origini.

Alcuni di essi hanno destato l’interesse degli storici che hanno loro dedicato studi monografici, ma personalità che hanno ricoperto ruoli importanti - si pensi ad un Costantino Lazzari segretario del PSI nel cruciale periodo tra impresa libica e guerra mondiale - non hanno ricevuto una attenzione adeguata.

Il volume raccoglie le biografie di quattro di questi “pionieri” (uniti anche da una comune appartenenza generazionale oltre che territoriale: quindici anni separano il più anziano dal più giovane), come contributo a studi più approfonditi.

GIOVANNI LERDA (1853-1927) tra massoneria e “intransigenza”

Premessa

1. Tra positivismo e massoneria (1880-1893)

2. Lo sviluppo industriale e le origini del socialismo torinese

3. Giovanni Lerda nel socialismo torinese (1888-93)

4. Il modello socialista genovese

5. Il decennio genovese (1893-1902)

6. La lotta per la vita (1894)

7. Il Congresso di Firenze (luglio 1896).

8. Il socialismo e la sua tattica (ottobre-novembre 1896)

9. La polemica con Bernstein (1897)

10. Esilio svizzero (1898-99) e attività all’estero.

11. Il nuovo secolo e il "ferrismo" (1900-1906)

12. La frazione intransigente (1906-11)

13. Da Modena a Reggio Emilia (1911-12)

14. L'impresa libica nel quadro dell’imperialismo italiano ed europeo

15. Il congresso di Ancona, la guerra e il dopoguerra

Premessa

«Appartiene alla preistoria del socialismo ligure e del socialismo italiano. Scrivendo così, epigraficamente, di Giovanni Lerda, incido il suo nome tra quelli degli apostoli».2 Queste solenni parole dedicate alla sua leggendaria figura di pioniere del socialismo in Liguria ritraevano lo stato d'animo di devozione che seppe suscitare attorno alla sua persona3 per l'attività propagandistica e organizzativa4

Il movimentato percorso di Giovanni Lerda riflette le complesse e contrastanti esperienze di un trentennio di storia del socialismo italiano. Formatosi nella torinese Editrice Scientifica Bocca, culla del positivismo, iscritto alla massoneria senza condividerne l'anticlericalismo di origine democratico-risorgimentale, il suo avvicinamento al marxismo è simile a quello di molti esponenti socialisti della sua generazione il più illustre dei quali fu Enrico Ferri.

I suoi tratti distintivi furono una particolare attenzione alle condizioni materiali di vita dei lavoratori ed un impegno costante sul piano della propaganda elementare. Dalla sua formazione culturale da autodidatta derivò un certo eclettismo, una concezione pedagogica della cultura e un atteggiamento di deferenza nei confronti degli intellettuali provenienti dal mondo accademico. L'occasionalità degli articoli di giornale e la contingenza dei comizi nascondevano la debolezza dei concetti che divulgava tra le folle, ma quando si trattava di dare un contributo teorico allo sviluppo del marxismo emergeva la mancanza di rigore sistematico e la frammentarietà del suo pensiero. Fu però uno dei pochi socialisti italiani che, per la sua conoscenza del tedesco e i contatti stabiliti grazie alla sua compagna Oda Olberg5, partecipò ai dibattiti della Seconda Internazionale.

Rivolse anche l'attenzione alla religione, considerandola un tramite per la realizzazione di un socialismo inteso moralmente come solidarismo da praticare all'interno della famiglia, negli ambienti del lavoro, nella vita privata. Nella iscrizione che volle sulla lapide: "visse e morì come ateo" la chiave di lettura sta nel «come», che allude al valore strumentale del suo ateismo visto, in un'ottica illuminista, come superamento della religione in nome della "ragione morale".

1. Tra positivismo e massoneria (1880-1893)

Nato il 29 settembre 1853 nel forte di Fenestrelle6, in una famiglia di militari (un nonno era stato nella Grande Armata napoleonica in Russia), rimasto orfano del padre nell’infanzia, fu costretto a lasciare la scuola nautica7 per motivi economici. Trovò allora lavoro a Torino presso la Casa editrice Bocca8, in cui entrò come impiegato subalterno, ma di cui divenne direttore a soli 27 anni nominato nel 1880 dal vecchio proprietario.

La Casa curava le "Edizioni Scientifiche", in cui pubblicavano Max Nordau,9 Herbert Spencer, Enrico Ferri, Iakov A.Novicow, Scipio Sighele10, Giuseppe Sergi, Cesare Lombroso, che dirigeva anche l’Archivio di antropologia criminale, psichiatria, e medicina legale.11 L’attività editoriale lo mise in contatto con questo ambiente, da cui ricevette un'indelebile impronta, anche se la sua non fu un'accettazione acritica, ma anch'egli contribuì alla autodecomposizione del positivismo che avvenne in Italia a cavallo dei due secoli.

Torino sul finire dell'800 fu uno dei maggiori centri di diffusione del materialismo evoluzionistico, che nel mondo intellettuale torinese aveva radici lontane. Nel 1860 su invito di Francesco De Sanctis era venuto nell'Ateneo torinese come docente di biologia Jacob Moleschott, uno dei grandi maestri del materialismo, che anche dopo il suo trasferimento a Roma nel 1879 non perse i contatti con quell'ambiente, collaborando con la torinese "Rivista di filosofia scientifica".12

La frequentazione di questo ambiente culturale permeato di un'etica laica che sconfinava nell'anticlericalismo, ne favorì l'avvicinamento alla massoneria che risale al 1884, quando fu affiliato alla loggia “Dante Alighieri”13, e diede inizio a una militanza all'interno del Grand'Oriente d'Italia che fu interrotta solo dalla morte.

Nel 1892 contese il collegio di Torino 2 al liberale Edoardo Daneo, massone da più lunga data iniziato nella loggia «Pietro Micca-Ausonia». Il duello elettorale, più che una lotta “fratricida”, si inserì nella tensione fra le diverse anime della “famiglia massonica" che vide dislocarsi a favore del «sol dell’avvenire»14 scrittori, professori, scienziati e imprenditori, fiduciosi nel «fatale cammino» dell’umanità verso un progresso che doveva significare anche redenzione delle plebi.

Massone secondo una visione del progresso dell'umanità in cui il proletariato diventava il moderno fattore di elevamento culturale e il principe illuminato, non ritenne incompatibile l'appartenenza alla massoneria e quando questa fu condannata al congresso socialista di Ancona del 1914 si distaccò dal partito, senza cessare di considerarsi socialista.

2. Lo sviluppo industriale e le origini del socialismo torinese

La storia di Torino operaia e socialista è stata scritta più volte15 ma si ritiene utile fornire alcuni dati essenziali di inquadramento.

L'Esposizione Universale del 1884 aveva sancito il superamento della crisi legata al trasferimento della capitale. Su una popolazione nel 1880 di 300.000 abitanti gli addetti all'industria (comprendendo anche i lavoratori a domicilio e parte degli artigiani) costituivano una quota del 20-30 %. La maggior parte delle imprese risultava già allora concentrata nei settori metallurgico e tessile con il 40% e il 19% delle imprese cittadine rispettivamente. Accanto al vecchio comparto statale (Arsenale militare, Manifattura tabacchi, Officine ferroviarie) che continuava a rappresentare il più consolidato nucleo produttivo cittadino, cresceva un tessuto di imprese private dotate di grande dinamismo che avevano dato vita a stabilimenti di medie dimensioni con maestranze operaie dalle 100 alle 300 unità e che negli anni tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90, nonostante la rottura commerciale con la Francia e la crisi bancaria, riuscirono a consolidare il primo nucleo del capitalismo d'impresa destinato a soppiantare le produzioni governative e a fornire alla città il suo definitivo volto industriale.

Questo processo di sviluppo entrava in conflitto con una società connotata da relazioni sociali fortemente gerarchiche, da retaggi politici e culturali di tipo tradizionale e da un sistema politico-istituzionale elitario. Aveva iniziato a modificare questo quadro la crescita tumultuosa e disordinata di un proletariato proto-industriale accanto e pericolosamente intrecciato con il “ceto operaio sobrio e previdente” caro alla tradizione sabauda, crescita che era vista come una minaccia del rapporto paternalistico tra élites liberali e associazionismo operaio.

Nel 1880-81 dal ceppo della Lega della democrazia, cioè dall'area che andava dai mazziniani ai radicali e che, pur non essendo vasta e socialmente radicata come nel milanese, non era priva di organizzazioni in ambiente operaio, artigiano e piccolo-borghese, erano sorte l'Associazione democratica subalpina, il Consolato operaio, la Società di mutuo soccorso Fratellanza artigiana.

Nella primavera 1886 l'agitazione dei muratori assuse quasi le caratteristiche di una rivolta urbana con blocco dei quartieri, scontri violenti e presidio di molte zone da parte della polizia; poi vi erano state la lotta delle sigaraie e la diffusione di una piccola conflittualità negli stabilimenti manifatturieri su problemi di salario, orario, regolamenti.

Intorno a quel periodo cominciò a manifestarsi quella tendenza repubblicano-socialista che, dapprima rappresentata solo da pochi mazziniani attratti dal movimento operaio (gli avvocati Leandro Allasia e Giambattista Cagno, il giovanissimo pacifista Claudio Treves, il gasista Gianpietro Daghetto) crebbe sino a costituire il pilastro della formazione a Torino del Partito socialista.

Nel giugno 1887 nasce la “Gazzatta operaia” fondata dallo studente vercellese Luigi Galleani16, che ebbe un ruolo come elemento di mediazione tra anarchismo e movimento operaio, ma numerosi erano, in un'area dai confini incerti, i giornali che si pubblicavano nella capitale piemontese: il “Ventesimo secolo” di Giovanni Lerda, il “Grido del popolo” del tipografo Chenal, la “Squilla” di area radical-repubblicana.

Nel corso del 1888 si costituì, con l'intervento degli operaisti milanesi Lazzari e Casati, sul modello dei lombardi “Figli del lavoro”, la Associazione fra i lavoratori d'ambo i sessi di città e di campagna che poco dopo si presentò come federazione locale del Partito Operaio Italiano. Fu l'unica forza in grado di intervenire nell'intensa fase di agitazioni di fabbrica e proteste operaie che attraversarono Torino nella primavera-estate 1889, con dimensioni e intensità mai raggiunte in precedenza, e i cui effetti determinarono una svolta decisiva per la configurazione del movimento operaio e socialista locale

A metà aprile del 1889, partita dai pellettieri che protestavano per una ribasso dei cottimi, ripresero le agitazioni che si infittirono ed estesero in tutti i settori, in particolare quello tessile colpito dal rialzo delle tariffe doganali.

La tendenza spontanea dell'agitazione operaia si intrecciò così con il progetto politico e organizzativo della federazione operaista che si era costituita proprio sulla tesi della centralità delle lotte economiche per lo sviluppo del socialismo come movimento politico, sostenendo un duro confronto con l'anarchismo intransigente tradizionalmente diffidente verso il concetto stesso di lotta di classe come lotta rivoluzionaria

La situazione si radicalizzò a partire dall'inizio di giugno, con una città quasi in stato d'assedio: gli arresti nei giorni 11 e 12 furono una quarantina e il 13 iniziarono i processi per direttissima con condanne da due giorni a tre mesi; anche dopo questa data si ebbero strascichi con l'entrata in scena dei panettieri e poi dei garzoni del macello civico.

Il 10 novembre 1889 si votò a Torino per rinnovare il consiglio comunale sulla base della legge del 30 dicembre 1888 che estendeva il diritto di voto a parte dell'elettorato operaio. Si determinò in occasione di queste elezioni la frattura dei democratici tra un'ala possibilista, che si inserì nella lista liberale, e un'ala più radicale che si accordò con i gruppi socialisti-operaisti per la presentazione di una lista democratico-operaia, i cui risultati furono deludenti, non andando nessuno dei candidati oltre i 1800-1900 voti.

Dopo la fallimentare campagna elettorale del 1889, sull'onda della delusione che serpeggiava, e con la ripresa delle vertenze, questa volta alle Officine ferroviarie, la parola d'ordine della fondazione della Borsa del lavoro ebbe grande successo, raccogliendo nell'estate del 1891 l'adesione dei più forti sodalizi operai a partire dall'Associazione Generale Operaia (AGO) che, forte di 6.000 soci, aveva un'immagine pubblica quasi istituzionale, e tutt'altro che scontata era la sua adesione al progetto, presentato comunque con caratteri di moderazione tali da essere accettabile ai liberali.

La proposta di fare del Primo Maggio una giornata internazionale di lotta, lanciata a Parigi nel 1889, diede luogo a Torino nel 1891 ad incidenti: sfidando il divieto prefettizio folti gruppi di dimostranti, radunatisi in piazza Statuto, furono circondati e dispersi dalle forze di polizia: quell'episodio rimase rimase a lungo impresso nella memoria collettiva della città, e fu il fatto scatenante che determinò nel noto scrittore Edmondo De Amicis, che assisteva alla scena dalle finestre del suo appartamento su quella piazza, l'interesse verso il socialismo. Nei giorni successivi vennero celebrati i processi per direttissima, che comminarono pene pesanti: da due a tre anni.

Frattanto il progetto della Camera del lavoro che, come a Milano e in altre realtà, diede luogo ad una trattativa con il Municipio per il riconoscimento e un sussidio, andava avanti: nell'estate 1891, non appena fu avviata l'organizzazione delle sezioni per arti e mestieri, passò rapidamente da poco più di 700 a quasi 4.000 aderenti.

Nel novembre 1892 si presentò una lista socialista con candidati in quattro collegi. La dura sconfitta alle urne indusse l'area degli ex-radicali e repubblicani, della “Squilla”, della “Lega Democratica Sociale”, a prendere la decisione, nel corso di una riunione tenuta il 15 novembre 1892, di fondare la sezione del “Partito dei lavoratori di Torino e provincia”, in attesa di concordare l'affiliazione a livello nazionale. Fu una forzatura di un gruppo di organizzatori che in questo modo si candidava al ruolo di direzione del socialismo torinese in sostituzione della “vecchia guardia”.

Il quadro dirigente che guidò il processo di formazione del partito non proveniva dalle esperienze storiche del socialismo, (con l'eccezione del vecchio operaista Paolo Alessi) ma dall'associazionismo repubblicano e a dare il tono al nuovo partito più che la componente operaia, presente con Chenal, Daghetto, Racca e gli organizzatori Quirino Nofri e Morgari, fu quella dei giovani di simpatie democratiche e repubblicane provenienti dall'Università e destinati a ruoli di primo piano come Claudio Treves, Adolfo Zerboglio, Guglielmo Ferrero, Camillo Olivetti, Mario Novaro, Zino Zini, Felice Momigliano, Gina e Paola Lombroso. Fu un passaggio di consegne non formalizzato ma dovuto alle indubbie capacità organizzative di alcuni personaggi che dimostrarono di meritare un ruolo di guida nel partito e di saperlo condurre alla conquista di nuovi traguardi.

Il Partito esordì organizzando una serie di conferenze operaie a partire dal 2 dicembre e indicendo le elezioni per il rinnovo della Commissione Esecutiva della CdL che, sebbene fondata appena da un anno, languiva in difficoltà amministrative e politiche. Il nuovo gruppo dirigente restituì la CdL all'influenza socialista, cosa che aveva un significato particolare alla luce dei principi organizzativi stabiliti al Congresso di Genova, e si presentò come gruppo autonomo, dandosi una struttura unitaria al posto della precedente federazione di associazioni di mestieri e di circoli politici

Al momento dell'adesione nazionale, il 14 gennaio 1893, i soci iscritti erano solo 80, ma già il 21 confluì la Lega Democratica Sociale portando un contributo essenziale di soci e di risorse con 300 iscritti, ad aprile 1893 divenuti 400. e la “Squilla” cessò le pubblicazioni irrobustendo il “Grido del popolo”, divenuto organo ufficiale a livello locale. Al successo di questo giornale contribuì anche il declino del “Ventesimo secolo” di Lerda e Schiaparelli.

In questa fase di impianto dell'organizzazione, a prendere le iniziative (formazione di una commissione di propaganda, istituzione di una scuola di partito, piano di potenziamento del “Grido”) fu un gruppo composto dall'insegnante Battelli, dal medico Norlenghi, Morgari, Daghetto, Allasia, Zerboglio, Treves, Cagno. La sezione si formò su alcune basi politiche e ideologiche: propensione all'analisi sociologica, influenza del socialismo prampoliniano-emiliano, critica dell'ordinamento borghese più moralista che marxista. Come scriverà “La Stampa” alcuni anni dopo, il partito socialista a Torino “lo fondarono un esiguo numero di persone, giovanissime quasi tutte, alcune colte, quasi tutte sentimentali e talune fino alla morbosità, agitate da sogni seducenti di ricostruzione dell'attuale società viziata e corrotta” 17

3. Giovanni Lerda nel socialismo torinese (1880-92)

L'esperienza torinese, influenzata dal fenomeno dell'«andata al popolo» degli intellettuali, che ebbe caratteristiche illuministe e umanitario-sentimentali, incise profondamente su di lui, determinando il suo modo di concepire i rapporti tra intellettuali e classe operaia e di intendere la propaganda e l'educazione come mezzi di emancipazione.

Compì il suo tirocinio di intellettuale borghese votato alla causa del riscatto della classe lavoratrice negli anni in cui il proletariato torinese stava scrollandosi l'egomonia delle correnti moderate e legalitarie, e finalizzò il lavoro di organizzazione delle masse alla formazione di una coscienza di classe potenzialmente egemonica.

Collaborò prima al periodico di tendenza anarchica “Proximus tuus”, poi alla “Questione sociale”, ed infine divenne fondatore del “Secolo XX”, uno dei sostegni più consistenti per la Camera del lavoro.

Caratteristica comune degli articoli che scrisse per il “Secolo XX”, il cui motto era «agitate, educate, organizzate», furono l'attenzione agli aspetti biologici della questione operaia, la propaganda elementare di impronta positivista e la sottolineatura dell'importanza determinante della organizzazione. Nel primo numero, in occasione della celebrazione del Primo Maggio, rivolgendosi ai borghesi, così si espresse «Non temetela, non credetela una battaglia quella del 1.Maggio, siete troppo forti ancora... troppo grande ancora è l'ignoranza e l'ineducazione delle masse... [ma] ... per la forza della nostra educazione, della nostra volontà, del nostro numero, voi ogni giorno più perdete terreno di fronte alla nuova idea rigeneratrice... non è una sommossa, è una grande rivoluzione nelle idee, cui seguirà parallelamente la rivoluzione degli ordinamenti attuali”18

Sempre sul “Secolo XX”19 deprecò le decorative e superflue spese di certe società operaie di mutuo soccorso in occasione di cerimonie ed il loro ossequio alla borghesia. Pur non sfuggendogli il valore dell’associazionismo, forma primitiva di organizzazione di classe, ne ripudiò la finalizzazione alla sola ricerca di maggiore benessere e ne vide la funzione positiva quando la rivendicazione economica scaturiva da una chiara coscienza della propria condizione, che le masse acquisivano solo in un’organizzazione formatrice di consapevolezza oltre che di unità.

Nel 1892 fu tra i propugnatori della partecipazione dei socialisti alle elezioni. Il Piemonte non era nuovo a candidature dell'Estrema: oltre a quella di Costantino Lazzari, nel collegio di Torino, il 20 aprile 1884 l'anarchico Amilcare Cipriani venne contrapposto a Benedetto Brin, ministro della Marina, seguito il 23 novembre 1890 da Andrea Costa, che raccolse 340 preferenze su oltre 10.000 votanti. A Novara il 23 maggio 1886 l'operaista Giuseppe Croce raccolse 239 preferenze su 13.000 votanti. Solo nel Cuneese nessun operaista o socialista contese il terreno alla lista guidata da Giovanni Giolitti, mentre nel collegio di Saluzzo era Andrea Ferrero-Gola, fratello del più famoso Giuseppe, garibaldino, già internazionalista e massone, a raccogliere il voto di protesta contro i candidati governativi.

Nelle elezioni del novembre 1892 si presentò una lista socialista con candidati in quattro collegi, con risultati deludenti: Prampolini ottenne 53 voti, Lerda 153. Mentre per Lerda il problema della sconfitta non si poneva, non avendo mai puntato sulle elezioni se non come occasione per far sentire la voce del socialismo, nella nota di commento pubblicata dalla “Squilla” e scritta da Morgari si coglieva una posizione più problematica, espressione di una cultura per la quale lotta economica e lotta politico-parlamentare formavano un tutto unico e che poneva l'esigenza di una tattica di partito integrale.

4. Il periodo genovese (1893-1902)

Giovanni Lerda si trasferì nel 1893 a Genova, dove divenne comproprietario con Giovanni Ricci della Libreria Moderna in Galleria Mazzini20. Qui curò l'introduzione di opuscoli sociologici e politici e collaborò alle attività editrici della libreria, il cui catalogo del 1907 comprendeva un volume di Marx-Engels (Pagine scelte), altrettanti di Kautsky e di Wagner, tre di Vandervelde e undici di Tolstoj,21 e tenne riunioni con studenti e operai che destarono le preoccupazioni e la segnalazione della Questura genovese.22

Riprese la sua opera di pubblicista militante sull' "Era Nuova" di cui fu uno dei fondatori nel 1894 e dove pubblicò una serie di articoli divulgativi sul "Capitale", già apparsi sul "Secolo XX" di Torino23 nel 1891-92, e alcuni studi sulle condizioni di lavoro, igieniche e di orario degli operai e su quelle dei contadini colpiti dalla crisi agraria. Come aveva parlato “Agli operai socialisti” sul giornale torinese, ammaestrandoli, col medesimo indirizzo si rivolse loro sul settimanale genovese.24

Collaborò alla costituzione delle Camere del Lavoro di Sampierdarena e Genova e partecipò ai congressi della Federazione regionale socialista ligure in rappresentanza della federazione collegiale di Voltri.

Al primo Congresso, che ebbe luogo a Sampierdarena il 13-14 maggio 1894, nella relazione sull’azione per la conquista dei Comuni25 sostenne la tesi del decentramento amministrativo che riprese e approfondì negli studi pubblicati nel 1904 sulla “Rivista Municipale”26 il periodico dell'Associazione nazionale dei comuni d'Italia.

Fu spesso colpito da misure di polizia: multato più volte per aver promosso pubbliche conferenze non autorizzate e proposto il 16 settembre 1894 per l'assegnazione al domicilio coatto dalla questura di Genova, ma la Commissione Provinciale, con deliberazione del 15 ottobre respinse la proposta, ritenendo che «sebbene il denunciato siasi qualificato socialista evoluzionista, pur nullameno a suo carico non risulta che egli abbia manifestato idee o principi anarchici, e tanto meno che abbia fatto «propaganda in questo senso, e manifestato il deliberato proposito di «commettere vie di fatto contro gli ordinamenti sociali»27.


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